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Educando alla mediocrità PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriana Cantisani   
Sabato 05 Settembre 2015 00:00

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Un post sulla bacheca di un mio amico negli Stati Uniti mi ha fatto riflettere. Una veloce ricerca in rete mi ha fatto capire che la notizia ha fatto riflettere mezza America.

James Harrison, giocatore della squadra NFL Pittsburgh Steelers, ha mostrato il suo pugno di ferro riguardo l’educazione dei suoi figli, due maschi di 6 e 8 anni. Ecco Il suo post su Instagram:

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“Sono tornato a casa e ho scoperto che i miei figli hanno vinto un trofeo per niente. Erano trofei per aver partecipato. Mentre da un lato sono molto orgoglioso dei miei ragazzi ed incoraggerò loro in tutto quello che fanno fino alla fine dei miei giorni, dall’altro devo dire che riporterò indietro questi trofei finché non li avranno GUADAGNATI. Mi dispiace che non mi dispiaccia se credo che tutto nella vita va guadagnato e non sto per crescere due ragazzi e farli diventare uomini facendogli credere che hanno diritto a qualcosa solo perché ci hanno provato al meglio. A volte il tuo “meglio” non è sufficiente e questo dovrebbe spingerti a provare ancora e non a piangere e lamentarti finché qualcuno non ti dia qualcosa per azzittirti ed accontentarti.”

Questo post solleva la domanda spontanea: stiamo educando i nostri figli ad accontentarsi della mediocrità?

Ecco cosa ne penso:

Non tutti i bambini sono uguali. Alcuni sono più sicuri di sé, altri meno. Alcuni hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri. Alcuni sono timidi. Alcuni hanno delle difficoltà motorie (anche leggere, che appena si notano).

Per i bambini che hanno delle difficoltà a partecipare ad eventi di gruppo o eventi con degli spettatori, per qualsiasi motivo, un trofeo per aver partecipato può essere un modo tangibile per incoraggiarli a continuare a partecipare. La maggior parte dei bambini dell’età dei figli di Harrison invece non ha bisogno di un trofeo di partecipazione e può imparare importanti abilità sociali e sportive semplicemente vincendo e perdendo.

Una volta ho sentito qualcuno parlare della squadra vincente e della squadra perdente. Ecco, credo che questo sia la prima cosa da modificare quando si parla di perdere. La parola perdente, per me almeno, ha delle connotazioni molto negative forse perché l’associo più ad un sostantivo che ad un aggettivo. E’ importante che un bambino capisca che si può perdere senza essere un perdente. Perdere ci permette di migliorare perché possiamo analizzare dove abbiamo sbagliato e perché e cosa possiamo fare la prossima volta per non ripetere lo stesso errore. Ci permette di vincere con dignità e senza strafottenza perché conosciamo l’amarezza della sconfitta.

Ricordo un episodio in particolare di quando i miei figli giocavano a calcio da bambini. Ogni volta che giocavano contro il XXX, perdevano. OK la prima volta, OK la seconda ma alla terza volta alcuni ragazzini tornavano negli spogliatoi piangendo e nessuna torta al cioccolato fatta dall’Angela (una mamma pasticciera) poteva rallegrarli. Alla fine della stagione piangevano tutti.

Poi cambiò il vento. Iniziarono a vincere più spesso, specie contro una squadra in particolare. Vincevano a occhi chiusi. All’inizio i ragazzi lasciavano il campo esultando “abbiamo vinto! Abbiamo vinto!” Ma all’ennesimo 10-1 la vittoria aveva perso il suo fascino e il sapore che lasciava in bocca era meno dolce. Ricordo alcuni ragazzini andare a consolare quelli dell’altra squadra che piangevano mentre lavavano le scarpe.

Ricordavano bene il loro dolore.

Credo che aver perso così spesso in passato li abbia resi in qualche modo persone migliori. Non esultavano più apertamente quando la squadra vinceva contro un avversario inferiore.

Invece quanto si illuminavano quando la vittoria era contro una squadra pari a loro! Anche quando perdevano era cambiato qualcosa. Andavano via a testa alta, sapendo che l’altra squadra aveva sì vinto, ma con fatica. Le conversazioni fuori dallo spogliatoio erano su quali tattiche cambiare e quali tenere.

Se avessero avuto un trofeo per aver partecipato mi chiedo se in loro sarebbe nata questa grinta e questa soddisfazione di sé ANCHE nella sconfitta.

Certo che il trofeo può servire, ma non per accontentare un bambino. Per stimolare a provare, consapevoli che poi qualcuno vincerà e qualcuno perderà.

E va bene così.

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