Piccoli grandi papà PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriana Cantisani   
Lunedì 01 Maggio 2017 15:43

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Ricordo la prima volta che stirai una camicia di Mirko. Ero ritornata in Italia da poco, dopo aver passato un breve periodo negli Stati Uniti per finire l’università. Stavamo per sposarci e finché non avessimo trovato una casa avremmo vissuto con i suoi genitori. Mirko aveva già un lavoro. Faceva il commerciale per un’azienda di trasporti e doveva indossare giacca e cravatta tutti i giorni. Io ero ancora alla ricerca di qualcosa. Non sapevo fare niente ma avevo una laurea in mano e sicuramente avrei trovato qualcosa in fretta. Poi, se non lo trovavo era lo stesso. Sinceramente la mia vita professionale non mi interessava un gran ché. O, ero consapevole che non avevamo una lira (sì, c’erano ancora le lire) ma si stava avverando il mio più grande sogno: avrei sposato Mirko!

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Vedevo già il mio futuro: tre bambini nel giro di pochi anni, feste di compleanno da organizzare, torte da preparare per la prima colazione, passeggiate al parco con pargoli ed amiche, cene ed inviti a casa, sempre sorridente, carina ed energica... Sarei stata la casalinga perfetta. La moglie perfetta. La mamma perfetta. Avrei avuto fiori freschi in ogni stanza e la mia casa avrebbe profumato sempre di primavera e pasta frolla.

Ricordo che ero in salotto a chiacchierare con mia futura suocera mentre lei stirava. Ad un certo punto mi disse: “Vieni che ti insegno a stirare le camicie di Mirko.” Ricordo anche di essermi alzata da quella poltrona leggera come una farfalla, con il cuore pieno d’amore e gli occhi brillanti. Quasi si sentivano cantare gli uccellini di Bianca Neve mentre mi avvicinavo sorridente all’asse da stiro. La mia futura suocera mi insegnò a stirare, stirare, stirare e devo ammettere che ero diventata bravissima.

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Peccato che gli uccellini che mi sembrava di sentire presto svanirono e cedettero il passo a dei grossi avvoltoi che volevano cibarsi della carcassa della ex-neo sposina. Si, perché quell’ingenua ragazzina dopo qualche anno non c’era più. Dalle sue ceneri rinacque, però, una meravigliosa fenice: una donna consapevole di che cosa fosse il vero amore, una vera famiglia ed una vera casa. Una donna che capiva che l’affitto non si pagava da solo e che i fiori freschi in ogni stanza costavano. Una donna che nel giro di qualche anno ha fatto sì dei figli ma solo due, perché i figli costano, e tanto. Una donna che lavorava tanto quanto suo marito.

Peccato che nonostante fossi rinata una donna matura e consapevole, avevo sempre il ferro da stiro in mano. Il cesto della biancheria sotto al braccio. Il biberon da scaldare sotto al mento. L’aspirapolvere attaccata ad una gamba. Il pannolino di ricambio nella tasca posteriore. L’anatra galleggiante del bagnetto dei pupi attaccata al collo. Il libro della buonanotte impresso ormai nella memoria. Il termometro in una mano e la siringa con acqua fisiologica per la pulizia dei nasi mocciosi nell’altra.

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Qualcosa non andava.

Mirko era (ed è tuttora) un marito meraviglioso, un padre meraviglioso, un compagno di vita meraviglioso. Ma non stirava. Non lavava. Non stendeva i panni. Non dava l’aspirapolvere e non preparava le pappe. Non lo faceva non per mancanza di volontà o perché si credeva superiore. Non lo faceva perché nessuno glielo aveva mai insegnato e non aveva mai visto suo padre farlo. Certo, quando i bambini erano un pochino più grandicelli e non c’era più la paura di romperli mi aiutava tantissimo. Leggeva a loro, li lavava, li vestiva (anche se una volta mi ricordo che mandò uno dei bambini alla materna senza mutande e quando me lo fece notare la maestra risposi con “Il bambino sta imparando a vestirsi da solo,” un po’ mortificata.) Penso sinceramente che amasse il tempo passato con i suoi figli e se non aveva preparato il biberon, stirato i panni o cambiato un pannolino (be’ ammetto che qualche pannolino l’aveva cambiato anche lui) era perché fondamentalmente non si sentiva sicuro e naturale nel farlo.

Risolsi il problema assumendo un aiuto domestico che venisse un paio di volte alla settimana. Mi rendo conto che non è una soluzione per tutti e che sono fortunata di aver potuto intraprendere questa strada. Ma quale potrebbe essere la vera soluzione?

Credo come al solito che si debba partire dall’educazione dei figli. Dovremmo smettere di regalare alle bambine solo bambole, cucine giocatolo e assi da stiro con ferro di plastica tutto giallo e rosa. Regaliamo anche a loro le machinine con la pista, una bella cassettina degli attrezzi con tanto di chiodi di legno, e il laboratorio del Piccolo Scienziato.

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foto presa dal sito www.kidspot.com.au

A loro volta regaliamo le cucine, le assi da stiro ed il set di pentoline dell’Ikea anche ai maschietti.

Regaliamo ai maschietti e alle femminucce una bella bambola, con tanto di carrozzina e fascia porta-bebé. Insegniamo loro a cambiarla, avvolgerla nella copertina, tenerle la testolina. Alle bambine insegniamo che oltre a quel biberon in omaggio con la bambolina offriranno anche il petto, perché è così che si nutre un neonato. Ai maschietti insegniamo a fargli fare il ruttino e a cambiare il pannolino. Facciamo indossare ai maschietti la bambola nella fascia mentre le femmine aggiustano la ruota del triciclo o mentre allattano la sorellina della bambola. Insomma, lasciamoli giocare come vogliono con quello che vogliono ma assicuriamoci che ci sia la scelta UGUALE PER TUTTI. Non esistono giochi per lui e per lei. I bambini –maschi e femmine- amano giocare ed il gioco che più amano è quello dell’imitazione.

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foto presa dal sito www.mysmallpotatoes.com

Credo sia importante, quindi, che giochino a fare i genitori, perché molto probabilmente è quello che un giorno saranno. L’altro giorno ho incontrato un maschietto con una bambolina nella fascia e mi ha detto che stava giocando a fare il papà. (Che bello!)

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foto presa dal sito www.mysmallpotatoes.com

Un giorno i nostri figli saranno mariti e mogli o compagni e compagne che sapranno entrambi cambiare le lampadine e stirare le camicie, accudire un figlio e lavorare per portare a casa la pagnotta.

Un giorno una suocera dirà alla nuora: “Vieni, ti insegno a stirare la camicia di tuo marito” e lei le risponderà: “Aspettiamo che torni dal lavoro, così glielo insegna direttamente a lui.”

 

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